DUE SAGGI, PER INFORMARSI, PER CAPIRE

DUE SAGGI, PER INFORMARSI, PER CAPIRE

RUBRICA Più libri

Come sempre ve ne propino due. Ne vale la pena.

«Il mondo è guidato da persone pazze e ambiziose, che hanno in mente solo il successo e il profitto, se ne fregano delle preoccupazioni dei poeti, che sono, come tutti sanno, esseri dell’utopia, quell’utopia senza la quale non esiste nessun progresso». Così scriveva il grande poeta portoghese Eugenio de Andrade (pseudonimo di José Fontinhas Rato, 1923-2005).

Questa riflessione è il miglior proemio all’analisi degli ultimi trent’anni della storia del nostro pianeta contenuta nel libro “In trappola. Ascesa e caduta delle democrazie occidentali (e come possiamo evitare la Terza guerra mondiale)”, Solferino, 2024. 

L’autore è Franco Bernabè che affida l’elaborazione delle sue considerazioni e dei suoi giudizi a un’estesa intervista di 230 pagine rilasciata al giornalista Paolo Pagliaro (che molti conoscono per essere l’editorialista della trasmissione Otto e mezzo su La7).

Franco Bernabè, manager e imprenditore è stato amministratore delegato di Eni e Telecom; fra gli innumerevoli incarichi ricoperti citiamo quello di consigliere d’amministrazione indipendente di PetroChina, una delle più grandi compagnie petrolifere cinesi.

Non vi spaventate per l’ampiezza dell’intervista. Il testo si snoda scorrevole e in forma divulgativa affrontando temi e cause cruciali della realtà in cui (ahimè) viviamo: disastrosa l’idea di diffondere in tutto il Mondo la democrazia liberale, la globalizzazione, il liberismo economico (dei mercati finanziari e della tecnologia) credendo sul serio che gli Stati Uniti fossero il baricentro del nuovo sistema.

La caduta del Muro di Berlino e il crollo dell’Unione Sovietica hanno prodotto l’illusione – un vero e proprio abbaglio – che i media, la storiografia e la politica occidentali hanno senza indugio raccolto supponendo che il capitalismo democratico si sarebbe diffuso globalmente, determinando, così, la fine della Storia. Inutile dirlo: non è andata in questo modo. La realtà oggettiva ci ha scaraventato in un Mondo immondo dove i terremoti geopolitici e quelli demografici, il declino ambientale e climatico, l’uso smodato e illecito della tecnologia, la tracotanza del potere finanziario, il degradamento e il decadimento del lavoro, la regressione dell’informazione hanno determinato fatalmente la fine della centralità del capitalismo democratico e non solo. È fondato il pericolo che il concetto di democrazia e la sovranità popolare siano estremamente a rischio.

La realtà ha imboccato una strada rischiosa, per non dire fatale. Però, Bernabè, oltre ad analizzare la crisi in corso propone nuove strategie per scampare al disastro che si profila e salvarsi.

Dobbiamo metterci in salvo, tutti. Soprattutto per l’Italia.

Pagheremo il fio? Come al solito concludo con un pensiero pesante, dell’illustre letterato Mario Andrea Rigoni: «La festa prima della fine, l’orchestra che suona e non smette di suonare, mentre il Titanic affonda, è più che l’immagine di un’epoca: è una metafora della storia, della vita stessa, di ciascuno e di tutti».

Non appena ho finito di descrivere il profilarsi di sciagure economiche, finanziarie, politiche e per la democrazia ecco che il problema, l’emergenza più vitale di tutte mi si para d’avanti. Ha il volto di un albero, autorevole nella sua semplicità, ma è corrugato. È un tasso secolare, insigne ed enorme, di oltre venti metri d’altezza, che vive nel mio giardino. Sembra calmo e tranquillo con le radici ben piantate per terra. È l’emblema della questione più importante: la salvaguardia dell’ambiente. 

Tuttavia, la questione fondamentale è che non conosco la lingua con cui comunica, il suo modo di esprimersi. 

C’è qualcuno che invece conosce bene il suo linguaggio e il modo con cui si rapporta alla natura, di cui fa parte da almeno 400 milioni di anni (a differenza degli umani; solo 4,5 milioni di anni). Questo qualcuno sichiama Stefano Mancuso (1965). È un neuroscienziato e saggista italiano che insegna arboricoltura generale ed etologia vegetale all’Università di Firenze. È membro dell’Accademia dei Georgofili, membro fondatore della Société internationale pour le signalement et le comportement des plantes e direttore del Laboratorio internazionale di neurobiologia vegetale.

Con il suo secondo romanzo, “La versione degli alberi”, Einaudi, 2024, ritorna e penetra in un mondo verde, vitale per tutti. Il romanzo si dipana tra l’avventura e la favola allegorica, sempre però con grande rigore scientifico. Stefano Mancuso ci racconta ciò che conosce meglio: la natura e le piante, il nostro più grande patrimonio.

Inoltre, per l’autore, dare certi diritti alle piante significa difendere gli uomini che dipendono totalmente da loro per ossigeno, cibo e fibre biodegradabili da loro fornite.

Tutto questo il tasso radicato nel mio giardino lo sa benissimo, ne è perfettamente cosciente.

Vi regalo tre perle di Mancuso per chiarire ancora di più la questione: 

«Esistiamo grazie alle piante e potremo continuare ad esistere soltanto in loro compagnia».

«Anche se si comporta come se lo fosse, l’uomo non è affatto il padrone della Terra, ma soltanto uno dei suoi condomini più spiacevoli e molesti».

«Senza le piante, gli animali non esisterebbero; la vita stessa sul pianeta, forse, non esisterebbe e, qualora esistesse, sarebbe qualcosa di terribilmente diverso».

Anche per questa recensione concludo con un pensiero all’apparenza semplice dell’antropologo, archeologo, esploratore, regista e scrittore norvegese Thor Heyerdahl (1914 –2002):

«È progresso quando una quercia secolare viene abbattuta per far posto a un cartello stradale?».

Stefano Rosa